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Speciale testimonianza - Verbum caro factum est
Verbum caro factum est […]. È un avvenimento, un accadimento,
che testimoni credibili hanno veduto, udito, toccato nella Persona di Gesù di Nazareth!
Stando con Lui, osservando i suoi atti e ascoltando le sue parole, hanno riconosciuto in Gesù il Messia. (Benedetto XVI, Messaggio Urbi et Orbi, Natale 2010)

L’AGNELLO INNOCENTE E I SANTI INNOCENTI
Dalla pittura di Duccio, attraverso il cinema di Pasolini, fino al dramma di una giovane mamma.

Di fronte alla Maestà, capolavoro di Duccio di Buoninsegna, si rimane colpiti dallo splendore della pittura, ma allo stesso tempo, osservando attentamente, non si può non percepire il dramma che traspare dai volti di molti dei personaggi. La Madonna, al centro, ha uno sguardo triste e le labbra serrate, come se presagisse il destino drammatico a cui Gesù andrà incontro. Maria intuisce che il figlio che tiene tra le braccia non è suo, ma è parte di un misterioso disegno che Duccio inizia a raccontare nelle piccole scene della predella, a partire dall’Annunciazione, in basso a sinistra; Maria accoglie, seppure timorosa, il progetto che Dio le ha riservato. Segue la nascita di Gesù che, avvolto in fasce, guarda verso l’alto in direzione della stella sulla sommità della capanna, come se dicesse: “io appartengo al cielo”. Negli occhi della Madonna distesa si percepisce che la gioia per la nascita del figlio è velata dalla consapevolezza che la creatura che ha generato non le appartiene. La storia continua, il progetto di Dio inizia a svelarsi con l’Adorazione dei Magi: re ricchi e potenti si inchinano di fronte ad un povero bambino che apparentemente sembra come tanti altri e come tanti altri viene presentato al tempio come Duccio raffigura nella scena successiva. Gesù, per salvarci, vive fino in fondo la sua umanità anche nelle vicende più ordinarie.

La venuta di Gesù suscita l’interesse dei potenti della terra che però, a differenza dei Magi, possono rimanerne turbati perché temono di perdere il proprio potere, come accade ad Erode che ordina di uccidere tutti i bambini di Betlemme e del suo territorio dai due anni in giù; Duccio rappresenta questo evento in tutta la sua drammaticità, senza censure. A sinistra, due soldati si guardano con i volti contriti di fronte all’orrore che si sta compiendo davanti a loro, ma rimangono impotenti divenendo complici della violenza; Erode, che troneggia al centro, li guarda con riprovazione stendendo il braccio con gesto imperioso. Gli scribi, che siedono impassibili accanto al re, hanno lo sguardo rivolto altrove per non rimanere turbati da ciò che sta accadendo. Ai piedi di questi si consuma il dramma: a sinistra, un gruppo di madri stringe a sé i propri figli, alcuni già morti; un soldato cerca di strappare dalle braccia di una delle donne il bambino terrorizzato. Un’altra donna tiene tra le braccia il corpicino disteso del figlio morto richiamando alla mente la Madonna che regge la salma di Gesù. Il sacrificio di questi innocenti presagisce il sacrificio di Cristo sulla croce; non è casuale che i volti dei bambini abbiano gli stessi tratti con cui Duccio rappresenta Gesù nelle scene relative all’infanzia. I soldati a destra trafiggono con la spada due bambini, ma il loro sguardo è rivolto dalla parte opposta come se nemmeno loro riuscissero a guardare in faccia il male che stanno compiendo, come dice san Paolo l’uomo ha in sé il desiderio del bene, ma non la capacità di attuarlo: “infatti io non compio il bene che voglio, ma il male che non voglio.” (Romani 7, 19).

Se ci si lascia colpire, questo piccolo riquadro dipinto da Duccio acquista una potenza evocativa grandissima e immediatamente richiama alla violenza che anche oggi lacera il mondo: le guerre, le persecuzioni, ma anche le malattie che colpiscono persone innocenti come i piccoli uccisi dai soldati di Erode. Duccio - così come poi Pasolini nel film Il Vangelo secondo Matteo - dà voce alle donne che hanno perso i propri figli attraverso le parole scritte sul cartiglio sorretto dal profeta Geremia, alla destra della scena: “Vox in Rama audita est lamentationis, luctus et flatus Rachel cloranti filios suos et nolentis consolari super eis, quia non sunt” (Geremia 31, 15-17). Una voce si ode da Rama, lamento e pianto amaro: Rachele piange i suoi figli, rifiuta di essere consolata perché non sono più.

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Anche oggi il medesimo dolore di Rachele colpisce tante madri, basta leggere i giornali per capirlo; le tragedie che sono ogni giorno sotto i nostri occhi sembrano schiacciare l’uomo, ma ci sono esperienze vissute che testimoniano che il dolore non è l’ultima parola.



Il testo di commento alla Maestà di Duccio è di Anna Sora



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